lunedì, agosto 21, 2006

Mobbing genitoriale e violenza sul minore

Relazione del Prof. Francesco Montecchi - primario di neuropsichiatria infantile all'ospedale del Bambin Gesù di Roma – in occasione del convegno organizzato il 23 gennaio 1996 presso il Palazzo di Montecitorio (mm).

Bambini a rischio nelle separazioni conflittuali: l'abuso sul minore

Uno sguardo alla storia dell'infanzia in Occidente e nelle altre culture mostra come l'infanzia sia stata raramente quell'età felice che molti adulti amano evocare, rimuovendone ansie e problemi. Ignorati nei loro bisogni, i bambini hanno pagato con la loro sofferenza l'inconsapevolezza degli adulti, la loro crudeltà cosciente od inconscia, spesso mascherata da sistemi educativi perversi, comportamenti e iniziative dannose, falsamente finalizzate al loro bene.

Se crescere è certamente un processo difficile, che richiede la presenza di un ambiente sufficientemente buono, così come è stato sottolineato da Winnicot, l'immaginario collettivo racconta le sue insidie ed i pericoli che il bambino deve affrontare nel suo sviluppo. I bambini e gli adolescenti sacrificati, che compaiono nei miti e nelle fiabe, abbandonati, trascurati, costretti ad imprese faticose, picchiati e coartati psicologicamente, non rivelano però soltanto le difficoltà del processo di crescita custodiscono anche nella memoria collettiva i segni evidenti dei tanti tradimenti che l'infanzia ha sempre subito nel corso dei secoli, da cui derivano disagi emotivi fino a vere e proprie psicopatologie che hanno una azione strutturante della futura vita di adulto. Ansie, timori, momenti depressivi sono sempre presenti nell'evoluzione normale, ma attraverso la validità delle relazioni familiari vengono contenute, controllate, trasformate.

La rottura del legame tra i genitori e la conflittualità fa riemergere nel bambino, in modo patologico, ansie arcaiche, timori, di abbandono, ansie persecutorie e depressive, per la mancanza di punti di riferimento chiari e rassicuranti. Tutto ciò lo costringe a cercare a qualsiasi prezzo la garanzia e la certezza di riferimenti attivi stabili. Sono situazioni emotivamente importanti che non sono specifiche delle separazioni, ma che si ritrovano anche in condizioni di non separazione, quando le relazioni familiari sono patologiche e patogene, tanto è vero che le situazioni cliniche che si osservano non sono dissimili da altri casi in cui non c'è separazione.

L'elemento patologizzante non è la separazione in sé, ma è il tipo e qualità di relazione che, sempre esistita nella storia di queste coppie, si sintetizza nel suo potenziale perverso e distruttivo a separazione avvenuta. Nella maggior parte dei bambini osservati, le radici del loro disagio risalivano già al momento della gravidanza ed anche alle prime fasi di vita.

Sono bambini fin da allora assenti nella mente dei genitori, come sono assenti anche nella loro realtà e nei loro bisogni evolutivi al momento della separazione. Per assenza si intende sia che non sono presenti, sia che è presente nella loro mente un bambino diverso da quello reale.

Il considerare che la separazione conflittuale può predisporre i bambini ad essere abusati è rilevata dal fatto che circa il 30% di coloro che hanno subito tale trattamento, osservati e trattati dal Servizio di Psichiatria dell'Ospedale Bambin Gesù, sono figli di coppie in grave conflitto interno.

Gli abusi rilevati sono costituiti da gravi trascuratezze o da eccessi di cura (frequenti sono i casi inquadrabili nel medical shopping o nella sindrome di Munchausen per procura), o ancora da maltrattamenti fisici e psicologici, soprattutto quando il bambino si propone al genitore abusante con caratteristiche dell'altro genitore per somiglianza fisiche, per i tratti di personalità ed anche per il sesso. Recentemente stiamo assistendo ad un incremento degli abusi a contenuto sessuale; sempre più frequente è l'accusa di abusi sessuali perpetrati dal padre o dal nuovo partner della madre, o l'accusa di far assistere il bambino ai rapporti sessuali tra un genitore e il suo o i suoi partner. Tali accuse a volte hanno un fondamento di verità, a volte però sono la proiezione e l'attribuzione all'altro coniuge di proprie fantasie o paure, sentite poi come reali; altre volte sono un'accusa consapevole, anche se non vera, per colpire, aggredire e danneggiare l'ex marito ed in qualche raro caso l'ex moglie. Ad ogni modo, il bambino subisce le descrizioni del genitore accusante e ci si identifica, assumendole come vere. Questo avviene soprattutto in bambini molto piccoli, di età prescolare, i quali, anche se non c'è un vero e proprio abuso sessuale, sono pur sempre abusati perché vivono in una atmosfera abusante e sessualizzante.

Questo 30% di maltrattamenti conclamati e riconosciuti però comporta lo spostamento dell'attenzione a quella popolazione sommersa di bambini, notevolmente più numerosa, che non sono in specie abusati, ma soggiacciono a tale rischio. Ciò deriva dalla possibilità che la situazione conflittuale attivi dei disturbi fisici e/o emotivi, che richiedono un trattamento pediatrico o psichiatrico, oppure predisponga il bambino a subire maltrattamenti o negligenze.

Se poi viene richiesto un intervento medico-psicologico-psichiatrico, questo va ad inserirsi, o viene usato, nel rapporto conflittuale esistente tra i genitori separati, e il bambino è costretto a constatare la scarsa disponibilità sia di padre che madre ad aiutarlo ad uscire dalle proprie difficoltà. Questi genitori in conflitto, purtroppo, richiedono prioritariamente aiuti legali e soluzioni giudiziarie - mentre il bambino viene formalmente portato dal medico o dall'esperto di psiche per poi riciclare questa iniziativa nella propria conflittualità e ostinarsi a chiedere cartelle cliniche e certificati da utilizzare come carburante della loro lotta. Tutto ciò aumenta nel bimbo la sua sensazione di non poter più ricevere appoggio da loro e di essere sostanzialmente abbandonato a se stesso.

Il trattamento pediatrico viene per lo più richiesto perché il bambino è predisposto ad ammalarsi o spesso simula delle malattie, talora indotte dal genitore che richiede l'intervento, oppure riguarda bambini portatori di malattie croniche quali nefropatie, diabete, cardiopatie, malattie del sangue, etc. Il trattamento psichiatrico viene invece richiesto per quadri psicotici, disturbi psicosomatici, depressione sia manifesta che in forma mascherata, stati ansiosi, disturbi della condotta alimentare l'obesità o l'anoressia mentale), disturbi della condotta sfinterica (come l'enuresi e l'encopresi), o più genericamente per i disturbi del comportamento o del rendimento scolastico.

I sintomi del figlio possono essere utilizzati, per lo più dal genitore affidatario, per dimostrare quanto sia dannoso mantenere il rapporto con l'altro genitore e per ridurre, quanto possibile, gli incontri con il genitore non affidatario, facendo in modo così che gli incontri siano impediti o non siano soddisfacenti per il figlio.

Altre volte è il genitore non affidatario che fa visitare clandestinamente il figlio per attribuire i disturbi alla convivenza con l'altro genitore, od alla sua inefficienza. Spesso questo genitore si rivolge a specialisti dell'area medica o psicologico-psichiatrica a cui porta il figlio per una valutazione di cui il minore non è consapevole e non conosce l'utilizzazione.

Emotivamente il bambino è costretto poi a fare affermazioni che, scomposte e ricucite dal professionista, vengono confezionate in relazioni in cui risulta che il minore parla positivamente di un genitore e negativamente dell'altro. Costretto ad esprimersi criticamente su di un genitore, non ne attacca solo la figura reale, ma anche la corrispondente immagine interna. L'altro genitore tuttavia, nel suo potenziale danneggiante il minore, non si rende conto che, quando il figlio si accorge di essere solo usato, incrina la fiducia nei suoi confronti e danneggia anche l'immagine interna che ha di lui, con un vissuto di perdita per il danno che di fatto si realizza nelle immagini intere di padre e madre.

Le situazioni più gravi e devastanti si presentano quando un genitore mostra l'altro come una persona cattiva, pericolosa, equivoca, disturbata.

Queste valutazioni vengono per lo più ostentate al bambino, il quale, non riuscendo a tollerare la situazione di tensione, o per avere garanzie affettive, si allea con uno dei genitori, nella maggior parte dei casi con il più potente, e non necessariamente con il più competente, ed è costretto ad effettuare delle scelte a vantaggio di uno di essi, a cui corrisponde contemporaneamente il rifiuto dell'altro, rifiutandone le frequentazioni.

Vive poi questa perdita come un lutto, causato da se stesso, che va ad accentuare i suoi sentimenti di colpa e di abbandono.

I bambini non hanno bisogno dei genitori solo perché questi li accudiscano nelle loro necessità reali, ma hanno bisogno di due genitori che vadano ad attivare, a mettere in risonanza le immagini interne: a costellare cioè gli archetipi materno e paterno corrispondenti, che sono in loro e che sono pronti a scattare in rapporto alla realtà che incontrano, a cui poi dovrà corrispondere il modello archetipico di maschile e femminile che vanno a costituire la base delle future relazioni sociali ed affettive.

Quando un bambino è costretto a negare uno dei due genitori ed a rinunciare ad esso, non rinuncia solo alla persona fisicamente percepibile, ma anche alla attivazione della immagine interna corrispondente a quella persona. Se il minore mette in atto meccanismi difensivi meno distruttivi (di quelli ora accennati di scissione e negazione) per la sua personalità, il rifiuto-perdita di un genitore viene percepito come abbandono da parte di questo, colpevole di non essere sufficientemente forte da non farsi escludere (Dell' Antonio, 1988). All'introiezione di un vissuto di abbandono, corrisponde l'ansia di essere trascurato anche dall'altro genitore; si innesca, cioè una catena in cui si possono stabilire rapporti affettivamente importanti perché il minore si convince che poi verrà comunque lasciato a se stesso.

Una ricerca (Dell' Antonio. 1991) sui vissuti dei bambini che rifiutavano l'incontro con il genitore non affidatario - spesso il padre - ha riscontrato che gli atteggiamenti sopra descritti non erano dovuti alle caratteristiche personali, ma al senso di mancanza di appoggio in esso ed al timore di perdere l'appoggio del genitore affidatario.

Questi sono bambini in cui viene distrutta l'immagine di un genitore, ma in cui anche l'immagine del genitore scelto ne risulta immancabilmente danneggiata. Per il minore non è possibile crescere bene, avendo dentro se stesso l'immagine materna o paterna svalutata, disprezzata, eliminata o negata.

Per non essere sopraffatto dall'angoscia il bambino utilizza meccanismi difensivi di scissione e negazione da cui derivano poi le strutture psicotiche; dai vissuti di perdita e di lutto derivano le strutture depressive; dal senso di abbandono da parte del genitore più debole derivano stati di angoscia; dai sentimenti di impotenza di fronte alla tensione dei genitori derivano le tendenze a regredire ad atteggiamenti di dipendenza infantile, fino a strutturare vere e proprie patologie simbiotiche per potersi assicurare la garanzia di punti di riferimento certi.

Limitandosi a considerare il bambino e senza entrare in modo diretto nel merito dei disturbi della personalità e delle psicopatologie di uno od entrambi i genitori in lotta, si rileva frequentemente che le caratteristiche psicopatologiche dei bambini osservati hanno spesso una corrispondenza nella struttura della personalità di uno dei genitori, tale da poter affermare che le caratteristiche psicologiche e psicopatologiche dei genitori orientano quelle del figlio. La constatazione più problematica che diversifica le patologie di questi bambini dalle analoghe patologie dei figli di coppie unite è la difficoltà di poter accedere ad un trattamento psicologico poiché i genitori, impegnati nella loro lotta, non si motivano ad un lavoro terapeutico sul figlio.

L'iter processuale, poi, collude con le tendenze della coppia a relazionarsi in termini di giusto/ingiusto, bravo/inefficiente, vittima/carnefice. A questo proposito è rilevante il ruolo degli avvocati che spesso inaspriscono il conflitto, innescando una escalation simmetrica al di là delle intenzioni dei loro clienti. Questi, da parte loro, preferiscono illudersi di fare il bene del figlio attraverso la soddisfazione della loro vittoria, piuttosto che aiutarli in termini medici e psicologici, poiché un cambiamento del figlio li costringerebbe a rinunciare al suo uso e al suo possesso e li solleciterebbe a guardarsi dentro e a chiedersi cosa è sotteso a certe ostinate iniziative intraprese in nome del bene dei figli.

Una nota critica (ed una speranza) è da rivolgere ai professionisti dell'area psicologica e psichiatrica che lavorano nelle contese legali, i quali, talvolta, colludono con le conflittualità. Ancor più grave è la situazione quando i predetti esaminano i bambini non per dar loro un aiuto, ma per cogliere gli aspetti utilizzabili a favore del proprio cliente. E' questa un'azione scorretta non solo verso gli eventuali consulenti d'ufficio, ma soprattutto verso i minori, di cui si raccolgono le confidenze che poi, adeguatamente ricomposte a fini di parte, ne tradiscono il diritto alla riservatezza. Un'ampia letteratura sulla diagnosi dell'abuso sessuale intrafamiliare sta contrabbandando questo stile di lavoro addirittura come strumento psicoterapeutico.

E' perciò che si auspica una sempre maggiore attenzione da parte dei giudici a non limitare la propria opera a decidere a chi affidare i minori e ad enunciare il regime di visite per il genitore non affidatario, ma invece di porre attenzione a che al minore venga garantita l'assistenza ed il trattamento, laddove si individuano delle situazioni di disagio che debordino dalla fisiologica reattività emotiva - conseguente alla separazione dei genitori -, con utilizzazione delle strutrure competenti ad accogliere il disagio emotivo del bambino ed aiutare i genitori a determinare un piano di clivaggio tra le loro lotte ed i bisogni evolutivi dei figli.

E' inoltre auspicabile che venga incoraggiata, anche negli ambienti legali e giudiziari, una cultura che promuova l'utilizzazione della consulenza psicologica per il disagio dei figli e per le coppie separate, consulenze attraverso cui il conflitto venga letto in termini di disagio emotivo, disinvestendo le proprie energie dalla battaglia legale.

La sensibilità di alcuni giudici sta rinforzando il successo di questo strumento, ed è auspicabile che professionisti dell'area legale (avvocati e giudici) discrimino od orientino le coppie in conflitto soprattutto quando questo appartiene più all'area delle emozioni che non all'area del diritto, risparmiando ai bambini esperienze di abusi reali o sommersi, operati dai propri genitori.

selezione genetica e manipolazione embrioni







Intervista a Eugenia Roccella (23 aprile 2005)
La metamorfosi «maschile» delle femministe

di Andrea A.Galli

In tempi di referendum sulla legge 40 è frequente sentire una onorevole Barbara Pollastrini, Ds, sostenere che «il dovere del legislatore, soprattutto su materie come la fecondazione assistita, sarebbe quello di alimentare il confronto e il dialogo». O un esponente del partito radicale raccomandare l’«ascolto della voce delle donne». Appelli che condividiamo e a cui cerchiamo di contribuire, dando la parola a quelle figure storiche del mondo femminista che sono rappresentanti d’autorità della cosiddetta "voce delle donne". Come Eugenia Roccella, figlia di Franco – tra i fondatori del Partito radicale –, negli anni ’70 leader del Movimento di liberazione della donna, a lungo militante radicale, e oggi giornalista.

L’Italia è uno dei Paesi con il più basso tasso di natalità, il nesso con la maternità è espunto dall’icona della donna di oggi, e chi ha legittimato, anche culturalmente, questa situazione a un tratto sembra ossessionato dalla necessità di mettere al mondo dei figli. Cosa ne pensa?

«Quello che si sente da parte del fronte referendario sul diritto alla maternità, o alla consanguineità con il proprio figlio, quest’idea per cui la procreazione assistita sarebbe un modo per andare incontro a un desiderio naturale della donna, fa parte di un armamentario esclusivamente propagandistico. È un’accentuazione retorica per giustificare la prassi, appunto, della fecondazione assistita. Da molto tempo non si valorizza in alcun modo la maternità e non si fanno politiche per aiutarla. Di più: il modello emancipazionista per la donna che ancora viene difeso è un modello prettamente maschile, di libertà dal corpo e quindi dalla maternità. È una libertà senza corporeità e senza problemi di cura, di assistenza, di riproduzione ecc. Dal che è facile capire come la retorica sul diritto di avere un figlio sia davvero strumentale. Ed è ridicolo invocare la "naturalità" del desiderio materno quando si intraprende un cammino che va in senso diametralmente opposto, verso l’assoluta "non-naturalità"».

Si attacca una norma della legge 40 come «pericolosa per la salute della donna», e si difende a spada tratta una via che è in sé una grande incognita proprio per la salute della donna. Non le sembra strano?

«Guardi, se uno fosse davvero preoccupato per la salute della donna dovrebbe vietare le stimolazioni ormonali tout court. In Italia, poiché il dibattito femminista in materia non viene alla luce – per timore di nuocere alla sinistra, o per paura di farsi strumentalizzare – sembra che tutte le donne siano schierate a favore della procreazione assistita. Il che non è vero. In America, per farle un esempio, c’è a questo riguardo una discussione pubblica, con una vasta ala del mondo femminista contraria alla procreazione assistita proprio perché considerata una pericolosa manipolazione del corpo della donna. Le autrici del famoso libro Noi e il nostro corpo – che viene ristampato continuamente in edizione aggiornata – del gruppo femminista di Boston, hanno avanzato molte riserve sulla procreazione assistita proprio sul piano della salute. Tutti sanno, poi, che questa pratica lascia invariato il problema dell’infertilità, che è il vero nodo. La procreazione assistita non è una terapia. È solo una manipolazione che tende a denaturalizzare la nascita. Il movimento di liberazione della donna ha da sempre tentato di percorrere il cammino inverso: demedicalizzare il più possibile la nascita. Queste cose, però, in Italia non vengono allo scoperto».

Una parola ad effetto che si riaffaccia, nelle discussioni sulla procreazione assistita, è quella della "autodeterminazione" della donna. A lei che ha partecipato alle storiche battaglie femministe degli anni ’70 che effetto fa sentirla in questo contesto?

«Ci sono due discorsi da fare sull’autodeterminazione e la libertà di scelta. Da una parte è bene sapere che lo slogan delle libertà di scelta, il "free choice", è stato messo pesantemente in discussione dalle femministe proprio nella sua terra d’origine, gli Stati Uniti – così com’è stato messo in discussione da alcuni gruppi la separazione tra sessualità e procreazione – mentre qui continua a prevalere il mito della liberazione femminile. Tutto va rimesso in discussione man mano che i tempi cambiano. A nulla servono totem che non si misurano con i nuovi problemi del tempo. La cosiddetta libertà di scelta è stata messa in discussione perché si è cominciato a capire che da libertà di scelta di "quando e se" essere madri, sta diventando sempre più una libertà di scelta sul figlio: la libertà di "chi" essere madri, attraverso la selezione genetica»sul figlio.

Selezione genetica su cui si nota una certa freddezza da parte delle femministe nostrane.

«Un silenzio, insisto, che riguarda soprattutto l’Italia. Nemmeno l’Europa, dove c’è già un’associazione internazionale nata in Olanda, il Finrrage, che si occupa di questo. Nel nostro Paese questi temi sono sottotono perché il dibattito è ideologizzato e collocato all’interno degli schieramenti politici, oppure della contrapposizione tra laici e cattolici. Altrove la riflessione sull’eugenetica è molto avanzata. Penso sempre agli Stati Uniti, dove si comincia a mettere in luce il fatto che i passaggi da "l’utero è mio" e "l’embrione è mio" fino a "il bambino è mio", hanno cambiato radicalmente il senso di antichi slogan. E che la cosiddetta "libertà di scelta" della donna ha invaso territori che non hanno più nulla a che fare con la libertà femminile, ma riguardano la scelta dell’umano».

Negli anni della dicussione sull’aborto la questione era quella di dirimere il dramma di due libertà che si intrecciavano. Non le pare che ora si sia passati ad una fase ulteriore: negare scientificamente che uno dei due soggetti coinvolti sia un essere umano?

«Beh, questo in fondo è sempre stato un po’ fatto. Però è dipeso più dalla polarizzazione dello scontro tra laici a cattolici, penso, che dal movimento femminista in sé. Le femministe, soprattutto quelle storiche, sono sempre state molto caute. Si diceva infatti che l’aborto non è una libertà: è una battaglia per dei fini di libertà. Ma una battaglia che inevitabilmente ferisce».

Guardando alla sua esperienza, come giudica la posizione dei radicali sulla procreazione assistita e la ricerca sugli embrioni umani?

«Io sono molto affezionata ai radicali e voglio molto bene a Marco [Pannella n.d.r.]. Però non sono più d’accordo con loro su nulla, o per lo meno su nulla di quello che sostengono in questo campo. I radicali sono degli individualisti. E come tali mi stupisce che non si rendano conto che le battaglie che stanno conducendo vanno verso la distruzione dell’individuo. Per esempio attraverso l’eugenetica, che loro pensano non venga introdotta se passassero i referendum, mentre non è vero. L’eugenetica è un processo che non si può fermare, una volta entrata nel mercato delle opzioni. Quante donne si prenderanno la responsabilità di mettere al mondo un figlio malato, se sarà possibile vagliarne a livello embrionale la "qualità"? Se diagnosi e selezione embrionale entreranno nel mercato delle opzioni, tutte le donne cominceranno a chiederle. E il tipo di richieste si allargherà tanto quanto si allargheranno le possibilità scientifiche. Forse questa legge non è un gran che, però è certamente una porta chiusa di fronte all’eugenetica. E io voglio una porta chiusa rispetto alla possibilità che si apra anche un solo spiraglio. I radicali sottovalutano questo rischio. Accentuano il discorso della libertà di scelta e sottovalutano la possibilità che essa diventi scelta "di chi" essere madri o padri. Non rendendosi conto, poi, che tutto ciò consegna l’individuo, silenziosamente, nelle mani di nuovi poteri: medici, scientifici o tecnocratici».

Non le pare curioso che chi, come i radicali, ha condotto campagne durissime sui danni per la salute pubblica di centrali nucleari, pesticidi e quant’altro, oggi mostri la più completa indifferenza ai rischi di pratiche come quelle di cui stiamo parlando?

«Questo vale anche per i Verdi, ovviamente. Solo che per loro mi pare sia un atteggiamento strumentale. Per i radicali si tratta del fatto che non si rendono conto delle ricadute anti-individuali del loro individualismo, come del fatto che da un’idea di libertà senza limiti si ottiene un’illibertà assoluta. Si ottiene il totalitarismo genetico o il totalitarismo tecnocratico».

Qual è il motivo di questo atteggiamento?

«Il non volersi discostare da un filone tradizionale e il non volersi misurare con i veri scenari della post-modernità, direi. Ci si comporta un po’ come i famosi giapponesi che continuavano a combattere dopo la fine della guerra. Se le situazioni cambiano, anche gli strumenti di giudizio e di intervento, devono cambiare. I radicali in questo risentono di una specie di forza di inerzia, per cui seguono una strada predefinita senza un particolare sforzo di riflessione. Questo è del resto un problema della cultura liberale in generale. Il pensiero liberale ha la necessità di aggiornarsi, ma di fronte agli scenari contemporanei questo processo può risultare complicato. Da qui la recente apertura di diversi suoi esponenti agli insegnamenti della Chiesa. Che su certe questioni rende evidente a molti, oggi, la sua saggezza»

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Stereotipi (24 maggio 2005)
Con Sabrina Ferilli al mercato dei desideri

di Eugenia Roccella

Bella, autonoma, anticonformista quel tanto che basta: l’immagine maliziosa di Sabrina Ferilli che invita a votare sì al referendum sembra proporre il modello di una donna informata e attiva, che sollecita la solidarietà e la mobilitazione delle altre contro una legge che ritiene ingiusta. I pensieri corrono ad altri famosi esempi di attrici disposte a spendere la propria popolarità sul fronte dell’impegno civile: Emanuelle Béart per gli immigrati senza permesso di soggiorno, o magari Jane Fonda al tempo della guerra del Vietnam.
Ma se ricordiamo le immagini di Jane Fonda, quando, negli anni Settanta, inalberava cartelli pacifisti, o quelle più recenti della Béart, struccata, in jeans e maglione, che manifesta accanto ai sans papier, scopriamo che non somigliano affatto a queste di Sabrina Ferilli, levigata e ammiccante più che mai.

Infatti, non di impegno si tratta, ma di marketing studiato a tavolino, di messaggi promozionali che cercano di associare al voto referendario un’immagine femminile dotata di un appeal facilmente leggibile. Il manifesto della Ferilli vuole suggerire che le donne schierate per il sì sono libere, cioè senza stupidi pregiudizi (vedi le labbra dischiuse), moderne (vedi la coda di cavallo sbarazzina), consce dei loro diritti (vedi il piglio deciso con cui brandisce la matita), fascinose.

L’immagine della donna che si astiene, di conseguenza, si costruisce proiettandosi nella fantasia in negativo, come un’anti-Ferilli. Quindi una poveretta priva di doti seduttive, sciatta, antiquata, senza zigomi al collagene o labbra al silicone.
L’allusione alla chirurgia estetica non è una malignità frivola e gratuita, perché l’affidamento femminile alla scienza medica, e la sudditanza a canoni astrattamente stabiliti, sono parte integrante del messaggio pubblicitario che passa, consapevolmente o no, attraverso la Ferilli. La procreazione medicalmente assistita si apparenta con la bellezza e la giovinezza "chirurgicamente assistite", all’interno di una tendenza globale all’artificializzazione del corpo, in particolare di quello femminile. Invece di partire dall’accettazione di sé, dal riconoscimento sereno dei propri umani limiti e della preziosa diversità individuale, le donne vengono spinte verso un’idea omologata di felicità, attraverso la subordinazione a desideri precostituiti, uguali per tutti, spacciati come diritti, ma spesso impossibili da raggiungere.

Il mercato dei desideri include anche i figli, proposti come un’offerta tra le altre, tra cui liberamente scegliere. L’idea che si cerca di diffondere, circa la procreazione assistita, è che la medicina risolverebbe rapidamente ogni problema, se solo avesse carta bianca. Non si parla mai dei rischi per la salute della donna e del nascituro, delle bassissime percentuali di riuscita, che diventano ancora più basse oltre una certa soglia di età; non si parla della fatica di sottoporsi a trattamenti ormonali pesanti, delle inevitabili frustrazioni a cui si va incontro.

Più che propaganda per l’abrogazione di una parte della legge 40, sembra propaganda al metodo in sé, e soprattutto all’assoluta libertà dei medici, che dovrebbe coincidere con la libertà della donna. La fecondazione in vitro deve apparire come l’appagamento del desiderio, un paradiso a portata di mano, anzi di penna: basta firmare.

Va bene, è solo pubblicità. Ma perché quando si esercitano sulle donne gli esperti di marketing producono il peggio di cui sono capaci, senza una briciola di rispetto per l’intelligenza del fruitore? E quale associazione di consumatori ci difenderà dalla propaganda referendaria ingannevole, incompleta, in malafede? Almeno, come nelle pubblicità dei medicinali, ci dovrebbe essere l’obbligo delle avvertenze finali, quelle che la voce suadente dello speaker recita il più velocemente possibile: attenzione, leggere attentamente le istruzioni per l’uso, ci possono essere controindicazioni; quella matita va adoperata con cautela.

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Sbarrate le semplificazioni. Una campagna di sorprese

12 giugno 2005

di Eugenia Roccella



Quando la campagna referendaria è iniziata, i sostenitori del sì erano molto sicuri di sé e dei propri argomenti. La divisione delle parti sembrava chiara: di qua il progresso, la scienza, la salute, i diritti delle donne; di là l'oscurantismo, l'antifemminismo, e i soliti cattolici.

Inoltre, bisognava mettere in conto i due grandi quotidiani nazionali schierati a favore, la partecipazione militante di personaggi dello spettacolo, e alcune insperate e significative defezioni nel campo di chi la legge l'aveva votata: Martino, Prestigiacomo, addirittura Fini.

La stessa indicazione astensionista dei vescovi era apparsa come una scelta dimessa, poco aggressiva sul piano intellettuale e politico. Insomma, ci si aspettava, e lo si leggeva nell'arroganza esibita dai referendari, che il confronto con l'avversario si sarebbe risolto in una passeggiata.

Così non è stato. Questa volta non è stato lasciato solo ai cattolici l'onere e l'onore di difendere la vita; Norberto Bobbio sarebbe soddisfatto. Il fronte laico si è spaccato, come non era accaduto altre volte, e il dibattito ha infiammato gli animi e riempito le pagine dei quotidiani.

L'opera di controinformazione svolta da giornali come “il Foglio” e “Avvenire” ha incrinato la superficie brillante della "libera scelta", della "salute delle donne", dei "diritti della ricerca", e delle "speranze di guarigione dei malati". Da queste crepe sono filtrati concetti pericolosi, materiale incandescente: la prospettiva concreta dell'eugenetica, una concezione della ricerca che non tollera limitazioni etiche, l'illusorietà delle promesse di terapie a portata di mano, l'esistenza di un mercato globale del corpo e della vita.

L'approfondimento della discussione ha fatto franare la semplificazione propagandistica più insinuante, quella che la legge 40 fosse "contro le donne". Considerando i singoli punti della legge, si è visto che molti paletti sono lì proprio a tutela della salute delle donne, per limitare i rischi di un affidamento cieco alle tecnologie riproduttive, contro la speculazione sul corpo femminile e l'uso spregiudicato, da parte di alcuni medici, del desiderio di maternità.

I referendari sono stati costretti a calibrare meglio le argomentazioni, a dare meno per scontati gli assiomi iniziali, a contendere palmo a palmo all'avversario quello che sembrava il terreno privilegiato della campagna, la libertà femminile.

Soprattutto, sono entrati in gioco gli scenari futuri della nascita e della maternità. Per esempio: l'infertilità nel mondo occidentale continua ad aumentare, e si trasmette da una generazione all'altra per cause pochissimo indagate, senza che si cerchino veri rimedi. La procreazione assistita, che peraltro continua ad avere un indice bassissimo di successo, non è una terapia dell'infertilità. È possibile proporre, come unica soluzione al problema, la provetta? La fecondazione in vitro può davvero essere la risposta privilegiata che la ricerca scientifica e la medicina danno a chi ha difficoltà ad avere figli? E ancora: nazioni come la Svezia e l'Inghilterra, in cui la fecondazione eterologa è stata sperimentata per un lasso di tempo sufficiente a valutarne le ricadute sociali, stanno tornando sui propri passi, imponendo divieti e limiti. Perché?

Forse andrebbe detto con più onestà che destrutturare, anche simbolicamente, la genitorialità e la nascita non è facile come sembra. Che le resistenze sono profonde, e affondano nel buio remoto della storia, nel corpo e nel cuore degli esseri umani.

Non è tanto la mancanza di un padre biologico conosciuto, credo, a provocare terremoti emotivi, quanto il fantasma dell'assenza di radici carnali, l'angoscia di origini tecnologicamente intercambiabili. È l'appiattimento sul biologismo, la reificazione dell'umano, a inquietare; quell'immagine di un incontro in vitro che ricorda "l'incontro fortuito sopra un tavolo d'autopsia, d'una macchina da cucire e d'un ombrello" di Lautréamont.

Scivolando, in corsa, sul sogno scientista di un'umanità asetticamente felice, i sostenitori del sì sono stati costretti a frenare, oppure sono inciampati su ostacoli imprevisti. È stato questo, prima di tutto, il vero successo del dibattito sul referendum.

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Liberalismo, cristianesimo e condizione delle donne

Eugenia Roccella
Norcia, 15-16 ottobre 2005

Non avevo previsto di intervenire, ma la relazione di Giovanni Orsina mi ha sollecitato a immettere nel dibattito, anche soltanto come spunto di riflessione, una questione che mi sta a cuore. Orsina ha segnalato una lacuna del pensiero liberale, il cui soggetto privilegiato è l’individuo nella sua piena maturità, in grado di agire e decidere per se stesso. Ma come considerare l’individuo che non sia ancora in questa fase? La condizione prenatale finisce col situarsi in una zona grigia, tra un vuoto di riflessione e un groviglio di diritti che confliggono l’uno con l’altro (come nel caso dell’aborto o della procreazione assistita), e che i liberali tendono a risolvere con la prevalenza dell’individuo maturo sul non nato, in virtù della sua capacità di esprimere una scelta.

L’incertezza e il vuoto di pensiero che circondano la nascita derivano però da un’altra insufficienza del liberalismo, forse più grave: l’esclusione del femminile. L’idea stessa di individuo è costruita sul corpo maschile, incapace di generare. Etimologicamente, “individuo” vuol dire “che non si divide”, e indica l’elemento di soggettività irriducibile dell’umano. Ma la donna, con il parto, letteralmente si divide; e prima, durante il periodo della gestazione, è due in uno, soggetto che contiene un altro soggetto, di cui tutela l’esistenza e lo sviluppo. Questa compresenza di soggetti e di corpi è profondamente estranea al pensiero liberale, in un certo senso “impensabile” con le sue categorie.

La modernità liberale nasce riaffermando la separazione storica tra pubblico e privato, identificati come luoghi di pertinenza della differenza sessuale. Da una parte c’è la casa, spazio dell’accudimento dei corpi, della riproduzione, degli affetti, di tutto ciò che oggi si definisce come etica della cura; dall’altra c’è la piazza, spazio della parola pubblica, dell’esercizio dei diritti. L’esistenza dell’uomo pubblico, definito a partire da una razionalità disincarnata, presuppone una sfera privata dove possano esprimersi i bisogni più intimi, le dipendenze del cuore e del corpo, e questa divisione coincide con l’apartheid sessuale: di qua le donne, di là gli uomini. L’idea di cittadinanza ha escluso le donne fin dall’inizio, e questo spiega la difficoltà delle lotte delle suffragiste e i tempi lunghi con cui le donne hanno ottenuto il sospirato diritto di voto.

La partecipazione degli uomini alla vita pubblica si è materialmente fondata sull’esistenza di una vita a latere, in ombra, in cui trovava rifugio tutto ciò che veniva espulso dalla definizione dei diritti individuali. L’esclusione femminile non è un incidente storico, ma un peccato d’origine: inchiodare le donne al ruolo domestico negando loro l’accesso al pubblico ha consentito al pensiero politico moderno di librarsi nel regno dell’astrazione senza sporcarsi le mani.

Questo è uno dei motivi fondamentali della lunga alleanza, durata almeno fino a tutti gli anni Cinquanta del secolo appena concluso, tra le donne e la Chiesa cattolica. Il legame tra le donne e la Chiesa è stato spesso analizzato come una forma di arretratezza femminile, di incultura, di resistenza alla modernità laica, e di estraneità al processo di secolarizzazione. Bisognerebbe invece ricordare che la Chiesa ha accolto e valorizzato il femminile, attribuendo significato e importanza all’etica della cura, offrendo centralità alla maternità, ai saperi femminili tradizionali, ai valori spirituali e morali di cui le donne si sentivano custodi e portatrici. Tutto questo mentre la modernità liberale e democratica le marginalizzava e soprattutto non riusciva a incorporare la differenza di genere all’interno della cittadinanza.

Su quanto la Chiesa abbia accompagnato il cammino delle donne, e quanto abbia influito, sia in termini di riconoscimento della parità tra i sessi che di valorizzazione della differenza di genere, ci sarebbe moltissimo da dire, ma non abbiamo tempo. Vorrei almeno sottolineare che il cristianesimo è l’unica religione il cui rito d’iniziazione, il battesimo, è da sempre aperto a maschi e femmine.

C’è dunque una mancanza iniziale, nel pensiero liberale, che non è mai stata colmata. E’ l’incapacità a concepire e includere la maternità, che resta una sorta di anomalia della cittadinanza, di eccezione alla regola, dove la regola è il corpo che non si riproduce. Nel secondo dopoguerra, grazie a un allargamento dei diritti, nel mondo occidentale anche le donne sono entrate nel flusso dell’individualismo di massa, mantenendo però tutte le ambiguità dovute alla mancanza che abbiamo segnalato. La vulgata emancipazionista (che gode di grande successo trasversale presso le parlamentari italiane), che ha banalizzato e tradotto in un “femminismo dei diritti” la complessità del pensiero delle donne, ha ignorato la contraddizione, e ha sposato senza riserve l’omologazione al modello maschile. In questo modo, la maternità continua a essere qualcosa di non pensato, e di fronte ai futuri scenari della nascita, all’introduzione delle tecnologie riproduttive, ai nuovi problemi di etica e di biopolitica, i liberali continuano a ricorrere soltanto alla categoria della libera scelta individuale, ormai totalmente inadeguata alla realtà contemporanea, e ancora di più a quella futura.

Su questo terreno l’incontro con la cultura cattolica, che fin dall’inizio ha acquisito come elemento centrale del concetto di persona la procreazione, può dare ottimi frutti. In ogni caso, è urgente uno sforzo di riflessione innovativa, da parte liberale.

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I tormenti dei cattolici adulti


di Eugenia Roccella
da Ideazione di luglio-agosto 2006

Con l’articolo del 18 giugno sul Corriere della Sera, “Il dialogo finito con i cattolici”, Ernesto Galli della Loggia ha dichiarato morto il cattocomunismo. È un’analisi che condividiamo pienamente. Il terreno delle tematiche sociali, su cui sarebbe dovuto avvenire l’incontro storico tra le due grandi culture popolari, la comunista e la cattolica, si è progressivamente inaridito, riducendosi a una steppa disabitata in cui vagano gruppi di superstiti confusi. Con la stessa spaventosa velocità con cui nel dopoguerra è scomparsa la civiltà contadina, portandosi via in un colpo la secolare questione della terra e della “roba”, a partire dagli anni Ottanta si è andata liquefacendo la classe operaia, e soprattutto si è conclusa l’epoca della sua centralità politica. Il dibattito sulle possibili soluzioni per colmare le diseguaglianze, sulla solidarietà e la concertazione, persino sulla sopravvivenza dello Stato sociale, non impegna più gli intellettuali e non scalda più il cuore del popolo di sinistra.
Sul numero di gennaio 2006 di Ideazione (“Radicali a sinistra e l’Unione zapateriana”), avevamo analizzato il passaggio a sinistra del Partito Radicale come una scelta obbligata, non più classificabile come una delle tante fluttuazioni tra l’anima liberista (orientata a destra) e quella libertaria (orientata a sinistra) dei pannelliani. L’ipotesi che l’opzione prodiana fosse per loro ormai inevitabile, era collegata proprio alla prevalenza nel dibattito politico dei temi etici, e al destino di progressiva irrilevanza identitaria a cui sono consegnati quelli economici e sociali. Non certo perché l’economia solleciti minore attenzione da parte dell’elettorato, ma perché non è più possibile avere, nei confronti delle scelte di politica economica, approcci radicalmente diversi, che rimandino a posizioni immediatamente riconoscibili. Nella notte della globalizzazione tutti i ministri del Tesoro tendono ad essere grigi, e le decisioni si inseriscono in un ordine che non è più quello nazionale, ma quello europeo, stabilito e negoziato a Bruxelles.

Capita anche che le differenze tra i due schieramenti siano il contrario di quelle che ci si aspetterebbe (come nel caso delle norme sul precariato: la legge Biagi è più garantista nei confronti dei lavoratori di quella varata dal centrosinistra). A conferma di quanto i tentativi di trovare riconoscibilità nella politica economica siano vani basterebbe ricordare il clamoroso fallimento di un obiettivo qualificante come le 35 ore in Francia, così come il sollievo dimostrato dalla gran parte della sinistra in occasione del fallimento del referendum sull’articolo 18 promosso da Rifondazione. Persino l’antica e solida vocazione statalista del centrosinistra fatica a trovare sbocchi ideologici coerenti, elaborazioni nuove che convincano l’opinione pubblica, e rischia – si è visto con chiarezza durante la campagna elettorale – di far identificare l’Ulivo semplicemente come il partito delle tasse.

È difficile per tutti, ma in particolare per la sinistra, trovare in un progetto economico e sociale una identità robusta, proprio perché è lì che la vecchia identità comunista è finita in pezzi, è lì che si possono contemplare le rovine ideologiche e i fallimenti storici. Con la sostituzione della sua base elettorale e sociale, la sinistra ha sostituito anche i suoi temi forti, assumendo con rapidità sorprendente quelli tipici dei radicali. Diritti individuali sempre più ingombranti ed estensivi, e totale via libera all’odiato “edonismo reaganiano” (non c’è nessuno esperto di buoni vini, buona cucina, buona qualità della vita, come gli ex sessantottini), alla cultura della “libera scelta”, alla distruzione della tradizione, alla manipolazione integrale del corpo e della nascita.

Come collocare i cattolici all’interno di questo quadro? Molti insistono, per radicata abitudine, a considerare la sinistra il proprio luogo naturale, ma la vita per loro diventerà sempre più scomoda, come si può intuire già dagli imbarazzati silenzi del cattolico adulto Romano Prodi. D’altra parte è solo sui temi eticamente sensibili che si può tenere unita l’eterogenea compagine della maggioranza, perché in questo campo la sinistra estrema può essere accontentata senza danno per i complicati equilibri tra poteri forti e governo. Ci sarà dunque un interminabile balletto di dubbi e discussioni, annunci e controannunci, avanzate e ritirate, su pacs, coppie di fatto, legge 40, eugenetica, eutanasia, in cui verrà dato grande risalto pubblico alla presenza e ai tormenti dei cattolici dell’Unione. Intanto, però, saranno rosicchiati gli spazi reali di mediazione, finché la semplice linea difensiva apparirà un compromesso accettabile, come è già accaduto per il colpo di mano di Mussi in Europa. Le obiezioni di Binetti o Bobba non si sono tradotte in iniziativa politica, e non hanno mai costituito il minimo rischio per la maggioranza. Se non c’è rischio, perché ascoltare quelle obiezioni? E perché la scelta del ministro della Ricerca non è stata interpretata come una grave minaccia all’unità della maggioranza e alla stabilità del governo (e quindi annullata), mentre l’opposizione dei cattolici viene caricata di responsabilità? Il primo atto di questo governo, una vendetta contro il voto referendario sulla procreazione assistita, ha ben chiarito i limiti del compito che si vorrebbe affidare ai cattolici: un ruolo del tutto inessenziale e decorativo, utile solo per esibire un dibattito che non c’è.

Nell’articolo che abbiamo citato, Galli della Loggia conclude che quella cattolica sui temi etici è «una battaglia disperata, ma nobile e importante come sono spesso le battaglie delle minoranze contro le opinioni, e l’inevitabile conformismo, delle maggioranze». Su questo punto non siamo d’accordo: la resistenza sui temi etici non è né disperata, né inesorabilmente minoritaria. L’irruzione della biopolitica nella quotidianità, la pressione disgregativa a cui viene sottoposta la famiglia, i dilemmi sulla vita e la morte posti dalla tecnoscienza, hanno creato una inedita e vincente alleanza tra laici e cattolici, che in Italia ha dato origine all’astensione di massa sul referendum del giugno 2005. L’ intransigente difesa della vita umana è stata a lungo un tratto distintivo dei cattolici, quasi un’esclusiva, e negli anni Settanta sembrava una posizione indifendibile, una cittadella assediata dalla rivoluzione antropologica postmoderna, destinata prima o poi a cadere. Invece, l’area di consenso intorno al nucleo duro della tutela della vita e della sua dignità si è allargata, superando anche la divisione tra laici e cattolici, e non solo in Italia. In tutto il mondo ormai nascono strane alleanze tra soggetti che hanno radici culturali e ideologiche assai distanti (ambientalisti, cyberfemministe, movimenti no-global), che trovano nella fermezza delle posizioni cattoliche un punto di riferimento. Da noi, il referendum sulla procreazione assistita ha creato uno schieramento trasversale che ha portato a casa una vittoria di proporzioni schiaccianti e inaspettate; ma inaspettato è stato anche il voto europeo sui limiti etici alla ricerca sugli embrioni. Lo scarto tra maggioranza e minoranza, infatti, è stato minimo, e tutti i gruppi parlamentari sono usciti dal voto lacerati. Sul piano internazionale cresce la consapevolezza sull’impatto disgregativo che alcuni “diritti” potrebbero avere sulla comunità, e cresce il rifiuto etico nei confronti di pratiche manipolative che sfociano nella selezione genetica e nell’indifferenza per la vita umana.

In questo nuovo panorama fitto di segnali in controtendenza, l’Italia ha un’importanza centrale. Quella che è stata definita l’anomalia italiana, diventa l’occasione per esercitare un ruolo di avanguardia e di traino nei confronti della crescente ostilità all’ondata relativista che rischia di sommergerci. Chi sembra non accorgersi della nuova situazione è una parte del clero cattolico, tenacemente legato a vecchi moduli interpretativi. Nell’intervista rilasciata dal cardinale Martini al chirurgo e deputato ds Ignazio Marino sull’Espresso, per esempio, si legge in filigrana l’idea di una Chiesa sempre in ritardo e in affanno rispetto al progresso e alla scienza, una Chiesa a cui si chiede con impazienza uno sforzo di aggiornamento e di apertura. C’è dietro l’idea dello “scisma sommerso”, di una drammatica divaricazione tra i comportamenti concreti dei fedeli e gli imperativi morali troppo rigidi difesi dalle gerarchie ecclesiastiche. E c’è l’idea di una storia che cammina verso una direzione di miglioramento, e di un radioso futuro a cui l’evoluzione scientifica dà un contributo essenziale. Il cardinale fornisce risposte prudenti, ma postula come terreno di incontro possibile l’esistenza di una “zona grigia”, in cui le certezze etiche si appannano, e i principi non negoziabili di Ratzinger sfumano in una cauta negoziabilità. È questo il salvagente inadeguato a cui si attaccano i cattolici di sinistra, accettando, consapevolmente o meno, una posizione di subalternità culturale.
La irrinunciabilità di quei principi, l’esistenza di limiti certi e invalicabili sono, invece, la vera forza del mondo cattolico, e il motivo della sua rinnovata capacità di attrazione e di leadership. I cattolici che vogliono stare a sinistra, devono verificare i margini di compatibilità con la politica dell’Unione sui temi etici, e farlo subito, prima di scoprire che si trovano più vicini a Fabio Mussi che al Papa.

13 luglio 2006

La favola dell'aborto facile

LA FAVOLA DELL’ABORTO FACILE. Miti e realtà della pillola RU486

Presentazione del libro della ricerca sulla aplicazione della RU486

di Eugenia Roccella e Assuntina Morresi (Ed. Franco Angeli).

Video della presentazione del libro al meeting di rimini 2006
Partecipano: le Autrici; Giancarlo Cesana, Docente di Medicina del Lavoro all’Università degli Studi di Milano Bicocca. associazione medicina e persona
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Titolo: LA FAVOLA DELL'ABORTO FACILE
Autore: Digital Identity
Durata: 00:48:13
Pubblicazione: 2006-08-19 18:51:31
Copyright © 2006 Meeting Rimini. All rights reserved



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Morresi - Libro nato per divulgare quanto appreso sulla pillola, fatto la notte al telefono parlando dei dati che andavamo raccogliendo assieme.

Una grande truffa sulla pelle delle donne. Un grande imbroglio.
Si dice che "L'aborto con la pillola e' facile." Nulla di piu' falso.
Non e' la pillola del giorno dopo, che e' altra cosa.
Si puo' prendere entro i due mesi di gravidanza. E' la prima di due pillole, da prendere assiemem. L'embrione muore atrofizzato, muore di fame. Dopo 48 ore prende la seconda pillola, la prostaglandina, che induce contrazioni e un parto con forti contrazioni e nausea, vomiti e diarrea, con talvolta somministrazione di morfina. Entro 15 giorni si fa un controllo.
Appena presa la prima pillola entro 15-20 giorni avverra' l'aborto spontaneo. Si provoca un aborto spontaneo. Ma normalmente con l'aborto spontaneo la donna va in ospedale e si fa fare un raschiamento. Il motivo per cui e' stata promossa questa pillola e' che con questa pillola si abortisce "a casa" attendendo di espellere l'embrione e controlla l'emoraggia. Controlla nell'assorbente se c'e' l'embrione, per vedere se ha abortito. Piu' della meta' delle donne vedono l'embrione abortito. Questo "vedere l'embrione morto" causa un trauma emotivo molto grave. Alla visita di controllo si controlla che l'utero si sia svuotato, il che richiede da uno a due mesi. A volte le perdite durano due mesi, con l'attesa di vedere l'embrione morto. Quale efficacia?
Con l'aborto chirurgico in oltre 99% dei casi la donna va a casa senza complicazioni. Con la pillola la percentuale scende al 90% soltanto, con circa un 10% di donne che hanno complicazioni, in cui la donna e' sola a casa e si rende perfettamente conto di quello che succede.

Quello che ci ha spinte a scrivere il libro e' la scoperta delle morti. Ci sono anche 13 casi di morte della donna, in particolare una serie di morti in america dovuti a batterio in meno di due anni 4 californiane e una in canada. In canada tuttora non si applica la pillola a causa di questa morte. Queste morti sono venute fuori perche' in america un padre non si e' arreso per la morte della figlia e ha iniziato una battaglia solitaria nel mondo - era convinto fosse a causa della pillola - per dimostrare l'esistenza di questo batterio e ha poi rintracciato altre 3 donne morti a causa di questo batterio. In un grande convegno in US a maggio, non sono arrivate a conclusioni precise perche' 20 morti in tutto il mondo si e' discusso se le morti. In UK si e' saputo delle morti solo
dopo interrogazione parlamentare si e' saputo di 2 morti in uk, poi una terza venuta da conoscenze australiane. Le morti sono nascoste. Sconvolgenti le notizie dal terzo mondo. In cina circa 8 milioni di aborti l'anno e i produttori della pillola consideravano la cina come primo mercato. nel 89 introdotta in cina, ritirata nel 2000 a tutela della salute della donna. questo fa pensare che gli effetti siano stati veramente gravi. anche in india, in uno stato da 56 milioni di abitanti, lo stato del rajastan la commissione internazionale dei diritti umani ha vietato la vendita per aver trovato tante donne dissanguate nei villaggi. in cina viene chiamato farmaco-incubo. quindi sappiamo che in india e in cina la pillola e' stata vietata.

Roccella non e' CL anzi nasce dalla militanza dei movimenti femministi.

Eugenia Roccella - femminismo e' una galassia. ci sono ovimenti di tipo molto diverso. in italia prevale l'emancipazionismo ovvero l'assoluta parita' tra i generi. esiste invece un femminismo delle differenze, che ritiene che vi sia ingiustizia quando persone diverse non vengono trattate in modo uguale. il mio femminismo e' il femminismo della differenza, che si incrocia
con i valori delle donne cattoliche, e' parita' nella differenza, riconoscendo le differenze e con il mantenimento e la valorizzazione della differenza di genere, l'identita' sessuale femminile, che oggi vedo minacciata.

Non e' che la pillola abortiva fosse un tema che suscitava enorme passione. ci e' venuta addosso questa enorme bugia. in italia tutti i media continuano a dire che e' l'aborto non doloroso, che non crea problemi. invece in francia si sconsiglia l'uso a chi non sopporta il dolore, perche' induce contrazioni che sono molto dolorose. perche' in italia promuovono tanto la pillola? una tecnica vale l'altra. invece serve per fare esplodere la legge dall'interno, rendendo l'aborto un caso privato. impossibilita' di incontrare le donne e fare prevenzione. se passa la Ru non ci sara' piu' modo di incontrare le donne, perche si abortisce a casa. la legge in francia e' stata cambiato quando la RU si e' diffusa, perche' la pillola porta l'aborto fuori dagli ospedali. per questo oggi la batttaglia e' se sia o meno legale dare la pilloa e lasciarla tornare a casa. se si tenessero in ospedale si dovrebbero tenere fino ad espulsione dell'embrione ovvero da 15 giorni fino a due mesi. invece oggi non si tiene in osservazione la donna neppure nei 3 giorni che intercorrono tra le due pillole. l'aborto e' il lato oscuro della maternita. dal punto di vista medico ha ricadute pestilenziali. le morti per aborto sono state tutte morti tra il tinello e la cucina. si torna quindi a vivere in casa il dramma dell'aborto, come ai tempi dell'aborto clandestino. morti in casa, da sole, senza assistenza, che non riescono neppure a mettersi in contatto con una voce di assistenza all'ospedale, che li rimandano a casa ad attendere da sole in silenzio, senza assistenza.

la svalutazione totale del senso della maternita. sul piano medico e sul piano personale vediamo che non e' per nulla semplice ne facile. a livello concettuale invece si fa perdere il senso dell'aborto e quindi il concetto della maternita. si svilisce dunque il senso della maternita' che e' il cuore della civilta' umana, che e' il rapporto madre-figlio su cui si fonda il rapporto sociale che fonda il cercio familiare. il padre riconosceva il figlio e lo sollevava davanti a tutti per dimostrare che lui lo prendeva come figlio suo.
l'amore materno e' l'ombra dell'amore divino, l'amore gratuito del dono di se. con la pillola rendiamo tutto un atto consumistico e commerciale, svilendo e destrutturando queste relazioni che per secoli sono stati fondamento di questa azione, un fatto umano un fatto di amore. se noi facciamo questo noi sviliamo il senso dell'umanita'.

se leggete i documenti che circolano la freddezza con cui si descrivono queste relazioni gia' rendono l'idea di come si vede il senso della vita, dell'aborto che e' il lato oscuro della maternita'.

io vengo dai radicali. l'attacco sulla legge 40 e' tutt'ora in corso. quando si mettono le mani sugli embrioni, poi li e' finita'. le battaglie si vincono si devono vincere e si devono portare fino in fondo. fateci compagnia in questa battaglia.

Q/A - la ditta che produce la RU non la propone direttamente ma attende che sia la popolazione che la popolazione la assuma spontaneamente.
Si vuole far passare la Ru come un sistema per attivare un aborto spontaneo come fosse una morte naturale.
quale gioro di affari sottende la questione?

A - il mercato interessante e' quello del terzo mondo cina 8 milioni e india 6 milioni di aborti l'anno. se passassero alla pillola, sarebbe un giro enorme di soldi. si dice che la pillola sia per il bene delle donne del terzo mondo. da noi le emorraggie sono complicaizioni mentre da loro le emoraggie sono morte sicura perche' non hanno struture.
in india leggevano il protocollo alle donne analfabete (che in francia sono escluse) e poi lasciavano a loro da compilare le schede che poi sono state usate per una ricerca scientifica sulla sperimentazione. l'idea del padre politico della pillola era di somministrare la pillola una volta al mese sempre a tutte le donne, come controllo della natalita', in luogo della pillola anticoncezionale. le ditte produttrici hanno paura delle eventuali cause di responsabilita' - ci sono diversi motivi di causa. figli malformati. donne impaurite dall'aborto che avviene a casa e a torino una donna ha iniziato una causa che ha messo sotto inchiesta viale.
per questo motivo le ditte produttrici vogliono la copertura della sanita' in modo che siano questi soggetti a diventare responsabili della somministrazione. la casa produttrice non ha mai chiesto la registrazione della pillola in italia. non avendo la copertura del ministero per la sanita' ora si stanno muovendo sulle amministrazioni regionali.

in america non volevano assolutamente mettere in commercio la pillola per la notevole frequenza delle cause di responsabilita' dovute alla somministrazione.
la associazione watchdog ha fatto una causa per rendere pubbliche le lettere di clinton che voleva mettere in commercio la RU perche' impressionato da quello che era avvenuto in francia. "la pillola Ru e' una proprieta' morale delle donne" Ucraft era pressata da Clinton che era eletto dalle femministe. Clinton alla fine ha detto che aveva paura delle cause. Se il governo degli stati uniti mi copre possiamo metterla in commercio. Ci sono molte lettere dove clinton chiede come possa coprire il governo USA la ditta produttrice. alla fine la ditta produttrice ha regalato il brevetto agli USA ma comunque nessuna ditta si e' presa il rischio di produrre la pillola, perche' hanno paura delle cause.

solo svezia e francia, che hanno fatto le ricerche farmaceutiche e in UK dove tutto e' lecito la pillola e' messa in commercio. in tutti gli altri paesi la pillola non e' stata registrata perche' hanno paura delle cause. se fosse successo qualcosa, l'opinione pubblica avrebbe dato eco a queste cause provocando un danno di immagine che avrebbe messo in crisi il loro mercato principale, che e' il terzo mondo, dove nessuno puo' materialmente fare causa e comunque il valore della vita e' molto basso.

infatti abbiamo visto che tutte le morti nei paesi dove la RU e' stata sperimentata sono state insabbiate e nascoste. oggi in italia si cerca di avere l'autorizzazione delle regioni. viale oggi ha i suoi guai.

ci sono gia' sette regioni che usano la RU senza sperimentazioni, perche' le regioni possono importare medicinali che non sono stati registrati, quindi senza alcun controllo dell'amministrazione nazionale.

domenica, agosto 20, 2006

Perche' la mediazione non funziona in UK?

The information on the reasons mediation does not work are taken verbatim from the government's own report - it is their research. Anybody going into the system will expect it to work. It does not as the article from Clare Dyer reinforces.
It is another method of deflecting fathers from proper contact with their children. Fathers need to know this beforehand.
http://homepages.tesco.net/kingsley.miller/contents.html
Once again many thanks for your all your kind interest.
kip
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http://homepages.tesco.net/kingsley.miller/CONTMEDIA1.html

US laws aim to avoid the most damaging effects of separation

Clare Dyer, legal editor
Monday June 27, 2005
The Guardian

Minutes away from the LA superior court at Santa Monica, where OJ Simpson was found not guilty of murdering his estranged wife, Nicole, children rollerblade and cycle along the track across the palm-lined beach.

In the anonymous jury room where the jurors who cleared OJ whiled away their time, 60 or 70 casually dressed men and women have gathered.

Mostly in their 30s and 40s, they are there to take on an even more important task than deciding guilt or innocence. Their own children's future, they are starkly told, is in their hands.

Their job during the three-hour class is to learn how to go on parenting amid the detritus of a failed relationship and help their youngsters survive the break-up as unscathed as possible.

Studies show that the major threats to healthy outcomes for children post-separation are conflict between parents - including high tension during handovers from one parent to the other - and poor communication between parents about their children.

Children do better if both parents remain fully involved in their lives and, whatever their feelings toward each other, manage to cooperate as parents.

Research also shows that going to court to resolve parenting disputes further entrenches the adults' mutual hostility, making it even harder to cooperate.

The parenting class is mandatory for the 90% of separated parents who fail to work out their own agreements and who apply to the court to resolve a dispute about custody or parenting time. The parents watch a video in which children who have come through a divorce talk about how the way their parents handled the break-up - good and bad - impacted on them.

That gets them in the mood for a pep talk from the charismatic class leader, Jacqueline Bunkley, who gives them a stark message: "You have only one chance of bringing up that child. You can't reverse and say I'd like to do it over."

Ms Bunkley, a former social worker, shares the initial feelings of abandonment she had when her grandparents, who were raising her, divorced, and her experiences as a single mother bringing up two children who were nine months and two years old when she and her husband split up nearly 20 years ago.

The message is: allow the child to love the other parent.

She tells the class: "If parents are cordial and businesslike in taking care of the children's needs, the children will do fine. But if there's conflict, using the children as pawns, putting them in the middle, no communication or inappropriate communication, what you're doing is beating on the children's wounds. You're not allowing the child any opportunity to heal."

Armed with that information, parents go on to a mandatory session with a mediator, usually one and a half hours, to try to reach agreement on a parenting plan.

The mediator sees both parents together, then each separately, and finally together again to try to hammer out a final parenting-time schedule. They have a 10-day cooling off period to change their minds before the agreement is turned into an enforceable court order.

There is a presumption that the children will spend substantial time with each parent, although the final plan will depend on the children's ages, how close their homes are to each other, and their parents' work patterns. A "normal" plan for school age children would have them with their father for alternate weekends - Friday to Monday morning - an after-school meeting once a week and half the school holidays.

Programmes for early intervention to divert parents from the court process have been common throughout the US for more than 20 years. Legislation in California and Florida was introduced in the early 1980s in response to research showing that children from broken homes need both parents to go on playing a significant part in their lives.

Unlike in Britain, the right of children to have access to both their parents until 18 is written into statute. In both states, mediation is mandatory and in Florida no parents, including those who have been models of parental cooperation from the beginning, can divorce without taking a four-hour parent education course.

Gap in law

As in England and Wales, about 90% of parents manage the difficult transition to post-separation parenting without involving the courts. But where cases do go to court, the English experience is radically different.

The resident parent, usually the mother, holds all the cards. There is a presumption that the other parent will spend time with the child, but no presumption written into statute that contact will be "frequent and continuous".

Absent parents, usually fathers, are left to apply to the court if the resident parent denies contact. Fathers can spend years making dozens of court applications, with many months between them, to little effect.

Last year a high court family division judge, Mr Justice Munby, delivered a blistering attack on the system when a father left his court in tears after being driven to abandon a five-year battle to see his daughter, which had involved 43 court hearings.

He called for sweeping changes and suggested that the way the English courts dealt with contact applications might even breach the European convention on human rights, which guarantees the right to respect for family life, the right to a fair hearing within a reasonable time, and the enforcement of court orders.

The judge said he could understand why there was disappointment that the family resolutions pilot scheme, then just announced, only encouraged mediation rather than making it mandatory.

Nine months after the pilot started in three English courts last September, the latest figures - showing that only 47 couples entered it, against an estimate of 1,000, and that only 23 completed the programme - seem to fulfil the prophecy by fathers' groups that making it optional would doom it to failure.

Although ministers estimate that 90% of separating parents work out their own arrangements for the children without involving the courts, some 40,000 took cases to court in England and Wales in 2003-04. Half were repeat applications and 7,000 applications were for enforcement of contact orders which were flouted by the resident parent.

In Florida, by contrast, very few cases now go to court, according to Judge John Lenderman, a circuit judge on the state's sixth circuit. He said: "I'm totally con vinced mediation should be mandatory. Every judge that I've talked to around the United States says mandatory mediation is the way to go."

Nor is there anything peculiar to the US about the mandatory schemes: disputes over contact in Norway are dealt with a similar way. "There are distinct cultural differences but people in western civilisation are the same," said Judge Lenderman. "[Parents] love their children worldwide."

Senior judges in Britain agree that parents need more support to resolve their cases outside the courts if possible. The retired high court family division judge Dame Margaret Booth told a conference which was trying to get a Florida-type scheme off the ground three years ago: "It is a shame that our country does not easily learn from what other jurisdictions have done successfully for so long.

"In this matter we are years behind. I believe profoundly that the time has come to remove our blinkers."

Two couples, two sessions with the mediator

Juan and Kelly

At the superior court in downtown LA, Juan, a plumber, and Kelly, an underwriter, have come to court for their mediation session. After an 18-month marriage, they separated six years ago, before the birth of their second daughter, now five (her sister is seven).

Both work long hours. For years after their separation they shared parenting time, with Juan having the girls on alternate weekends and a big input from Kelly's mother.

Now Juan has filed an application with the court, triggering the compulsory mediation session. "The whole reason we're here today is the situation where she left the girls with me for three months," he says.

Kelly says she was "overwhelmed with bills and responsibility" and asked her ex-husband to look after the girls for a time. He had just moved in with a new girlfriend who "didn't really agree to it but had no choice".

She agrees to go back to the alternate weekends schedule. But the mediator proposes that the girls also see him one night a week for dinner, drawing on psychological research suggesting the gap between alternate weekends is too long at their age.

He resists, saying he can't guarantee his boss would let him leave the job early enough. That one issue will go to the judge to decide. "If the judge says I have to do it, I can give it to my boss," he says.

Marie and Jack

Marie, from France, and her English-born former husband, Jack, have their mediation session by telephone conferencing because Jack, a record producer, is working in Australia. He is due to return to LA the following month after three months away.

This is a "high-conflict" case and the couple, separated for a year but not yet divorced, have been ordered to take the basic parenting class - which should happen before mediation, but which they have not yet taken - and an extra "parenting without conflict" course.

Marie, who gets $5,000 a month child support, and Jack are arguing over whether she should take their daughters, aged six and three, on a previously agreed month-long holiday in France.

He was upset when he came back to LA on a visit and his younger daughter did not recognise him. He had the girls with him for four days then and "could see some serious problems." He accuses Marie of arguing in front of the children.

Marie and Jack reach an agreement that she will allow the girls to talk to him on the phone every day at 7pm while he is away, but the other issues will be left for the judge.

· Clare Dyer sat in on several mediations at the LA superior court at the downtown and Santa Monica locations. The couples' names have been changed.